Carrello vuoto

Pesca a bolognese

Tutti conoscono l’origine della canna con gli anelli, che ha visto la luce nella città emiliana nel primo dopoguerra per mano dei grandi Vigarani e Paolucci, gestori di uno storico negozio che oggi, purtroppo, non esiste più. I due pescatori bolognesi ebbero l’idea di applicare gli anelli ad una canna ad innesti in bambù, di lunghezza attorno ai quattro metri. Gli anelli erano di filo metallico e la sede del mulinello era costituita da due ghiere in ottone: l’attrezzo era ovviamente pesante se valutato con i criteri di oggi, ma consentiva di pescare in un raggio d’azione impensabile con la canna fissa. Se è possibile fare un raffronto fra le canne ed i mulinelli, questi ultimi erano molto più evoluti perché esistevano già ottimi modelli nati per lo spinning, che potevano essere utilizzati tranquillamente sulla bolognese. Da allora le canne bolognesi hanno goduto della straordinaria evoluzione che si è verificata nei materiali: prima l’arrivo del fiberglass, poi l’impatto del poliestere ed infine la rivoluzione del carbonio hanno consentito la produzione di attrezzi sempre più leggeri e rigidi, maneggevoli e resistenti. Le prime bolognesi di quattro metri si appoggiavano al’inguine durante la passata, mentre oggi si pesca con la massima disinvoltura a otto metri per una giornata intera.